Molte volte, quando si parla di psicologia, il nostro immaginario collettivo si riempie di dubbi: «Cos’è che fa davvero lo psicologo? Quali strumenti usa per aiutare le persone?». Se pensiamo a una professione come quella del dentista, è facile immaginare l’uso di un trapano o di altri strumenti specifici. Lo stesso vale per il medico, che ha strumenti precisi per diagnosticare e curare. Eppure, nel caso degli psicologi, spesso non è così chiaro. Quante volte ci siamo chiesti come funziona davvero il lavoro di un professionista della mente?
Raccolgo qui le principali domande che mi sento spesso rivolgere dai pazienti o dalle persone che vogliono saperne di più su come lavora lo psicologo. Ce ne sarebbero tantissime, intanto cominciamo.
Perché non prendo appunti durante la seduta?
Durante la seduta preferisco lasciare spazio al flusso di pensieri, idee e sensazioni senza distrarmi con l’atto di scrivere. Questo mi permette di essere pienamente presente nel momento, senza interrompere il ritmo della conversazione o dare l’impressione di valutare il paziente come un oggetto di studio. Gli appunti li prendo successivamente, per fissare riflessioni utili al percorso. Se l’assenza di appunti genera preoccupazione o insicurezza, è un tema interessante da affrontare insieme: cosa significa per te vedere lo psicologo prendere nota?
Perché una seduta dura 50 minuti?
Il tempo della seduta non è casuale. Cinquanta minuti rappresentano un equilibrio tra la possibilità di esplorare i temi importanti senza sovraccaricare né il paziente né il terapeuta. Inoltre, un tempo definito aiuta a creare un contenitore sicuro e prevedibile: sappiamo quando iniziamo e quando finiamo. A volte il tempo sembra volare, altre volte sembra dilatarsi e pesare, e proprio queste sensazioni possono diventare spunti di riflessione. Anche il desiderio di prolungare o ridurre la durata può dire molto su come si vive il proprio spazio e il proprio tempo.
Perché dò del “Lei” ai pazienti?
L’uso del “Lei” in terapia non è una semplice formalità. Creare una distanza rispettosa aiuta a mantenere il confine tra la relazione terapeutica e altri tipi di relazioni più intime o informali. Non significa che il rapporto sarà freddo o distaccato, ma piuttosto che avrà una specificità diversa da quella di un’amicizia. Se il “tu” o il “lei” diventano temi importanti per il paziente, possiamo parlarne: cosa significa per te la distanza o la confidenza in un rapporto di aiuto?
Ci sono altre domande che ti vengono in mente? Scrivimi e sarò felice di risponderti, magari ampliando questo articolo.
