Ricordo ancora quel giorno, da bambina, quando stavo giocando a mosca cieca con gli altri. Ero bendata come tutti, ma a un certo punto qualcuno disse: “Non è giusto, tu sei avvantaggiata perché tanto non ci vedi.”
Mi colse di sorpresa. Io, avvantaggiata? In quel momento provai disagio, ma non seppi bene perché. Solo molti anni dopo ho trovato le parole per spiegarmelo: la forza dell’abitudine.
Quando vivi una condizione di difficoltà quotidiana, ci fai il callo. Ti abitui. Ti adatti. E, a volte, smetti di protestare. Quella protesta che è la prima forma di azione, il primo passo per riconoscere emozioni come frustrazione, dolore, ingiustizia e rabbia. Eppure, chi affronta ostacoli costanti viene psesso costretto a metterle a tacere. Ci si convince, senza volerlo, che non servano o che siano dannose. Ma zittirle può portare a conseguenze spiacevoli, perché non impariamo a gestirle.
La vera sfida è restare dentro queste emozioni quel tanto che basta per riconoscerle e ascoltarle. Non per esserne sopraffatti, ma per non fare finta di niente. Per dare voce a tutte le parti in gioco e poi, solo dopo averle riconosciute, cambiare ciò che si può cambiare. é un invito a diventare persone lamentose? assolutamente no, anche perché lamentarsi danneggia mentalmente e fisicamente chi lo fa e chi ascolta. Dare spazio e voce a un’emozione non significa necessariamente esternarla in modo negativo.
Da quella protesta ho capito che vantaggio e svantaggio non stanno nelle persone, ma nelle situazioni e nel modo in cui reagiamo ad esse. A volte basta cambiare prospettiva per riscrivere le regole del gioco.
