Occhio alla disabilità

Da piccola, mi è capitato spesso di sentirmi rivolgere una frase che oggi mi fa sorridere, ma che allora mi lasciava perplessa: “Sei non vedente? Ma sai che non si direbbe!” E io, a mia volta, mi chiedevo: davvero? La mia difficoltà di vista era, per così dire, abbastanza evidente. Eppure, in quella dichiarazione, c’era come una magia che mi faceva sentire quasi invincibile, come se, improvvisamente, potessi fingere che la mia disabilità non ci fosse. Mi sembrava che, finalmente, qualcun altro avesse trovato una “scorciatoia” per rendere tutto meno difficile. Ma, nel profondo, sapevo che qualcosa non quadrava. In quel momento, un piccolo angolo della mia mente si riempiva di tristezza e solitudine, come se la gente non potesse mai capire davvero cosa significa convivere con una disabilità. Era pur sempre una reazione differente dalle escalazioni di compassionepiù o meno celate a cui ero abituata, ma anche questo modo di essere considerata aveva degli effetti collaterali.
Poi, crescendo, ho incontrato altre persone, ognuna con il proprio punto di vista. C’era chi mi attribuiva super poteri non meglio identificati, chi si mostrava curioso di poter toccare da vicino un’esemplare di cieca di successo. Poi una di loro mi disse un giorno: “Ma perché non metti gli occhiali? Così sembri più carina e non si vedono tanto gli occhi…” E lì, nel profondo, provai un misto di rabbia e vergogna. Mi chiedevo, che senso ha dire una cosa del genere? Non era certo un complimento. Mi sentivo come se una parte di me, quella più intima, fosse stata ignorata, come se non avessi il diritto di essere me stessa, con la mia storia e le mie difficoltà.
Eppure, oggi, posso dire che quelle sensazioni hanno fatto parte del mio cammino, come se ogni emozione – rabbia, vergogna, solitudine – fosse stata una tessera del puzzle che mi ha aiutato a crescere. Ho imparato a guardare a me stessa con occhi più gentili, accogliendo ogni sfumatura di quelle emozioni. C’è una parte di me che guarda alla bambina che non capiva perché si sentisse così sola e, insieme, le altre parti che le hanno fatto compagnia e l’hanno aiutata a scoprire il grande mistero della vista.
E così, oggi mi piace riflettere sulla visibilità della disabilità. C’è chi dice che la disabilità è negli occhi di chi guarda, ma, se ci pensiamo, non è forse disabile anche chi non guarda con gli occhi? La disabilità non è solo quella che si vede. Ci sono disabilità visibili e nascoste, sfumature che vanno oltre la percezione immediata, che si celano sotto la superficie, dietro le parole non dette, nei gesti e nei silenzi.
Allora, se oggi ci chiedessimo: cosa vediamo e cosa non vediamo quando parliamo di disabilità? Quante disabilità ci sono, visibili e invisibili? Qual è il lato evidente e quello oscuro che si cela dietro questa parola? La risposta non è mai semplice, ma sta nel non fermarsi mai a ciò che appare.
E, alla fine, forse la vera sfida sta nel guardare oltre. Guardare la disabilità, sì, ma non fermarsi lì. Andare oltre, per vedere la persona. E forse, solo allora, riusciremo a comprendere davvero chi è davanti a noi, senza giudicare, senza etichettare. Con gli occhi e, soprattutto, con il cuore.